Itinerario del sacro

Chiese, palazzi e il Castello costituiscono il patrimonio artistico monumentale della Città di Favara. Tra le chiese risultano degne di nota:

La Madonna dell’Itria, edificio del XIV secolo, solo successivamente adibito a chiesa col nome di San Filippo fuori le mura. Dopo essere stato restaurato, nel 1950, prese l’attuale nome.
La Chiesa del Carmine con l’annesso convento del XVI secolo, ceduta dai frati francescani ai carmelitani, caratterizzata dal suo ampio portale aggettante.
La Chiesa di Santa Rosalia, detta anche del Purgatorio, costruita dopo la peste che colpì il paese nel 1626.
La Chiesa del Rosario del XVII secolo, caratterizzata al suo interno da splendidi stucchi barocchi e da un soffitto ligneo a cassettoni dipinto, molto probabilmente, da un discepolo di Pietro D’Asaro, il racalmutese Simone Lo Guasto.
La Chiesa del Boccone del Povero e la Chiesa di San Francesco col convento di Sant’Antonio dei Minori Francescani, site nella parte alta della collina.
Ma la principale chiesa, oltre che il più imponente edificio di Favara, è sicuramente la Chiesa Madre, dedicata alla Madonna Assunta, sita vicino Piazza Cavour. Fu edificata all’inizio del XVIII secolo, venne ricostruita all’inizio del XIX secolo e riprogettata alla fine dello stesso.
La grandiosa costruzione presenta una facciata in pietra bianca di Siracusa su basamento calcareo, e tre portali d’ingresso; con pianta centrale, a tre navate, ha un’elegante cupola in stile gotico che domina l’intera città da un’altezza di 56 metri.
La Cattedrale conserva al suo interno, oltre a raffinati mosaici opera di artisti toscani, un bellissimo Crocifisso ligneo del XIV secolo, presso l’altare a sinistra del presbiterio. All’interno della nicchia che si apre nell’abside è custodita la statua lignea della Vergine assunta, mentre nella parte alta numerose altre nicchie ospitano statue di santi.
L’altare in marmo della navata destra è dedicato a Sant’Antonio, patrono della città, la cui statua di cartapesta, custodita dentro un tabernacolo ligneo, risale al XIX secolo.